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VONNEUMANN, NorN

I disturbi come segnali morse dallo spazio ai quali, frequentandoli da anni, oramai ci siamo piacevolmente assuefatti (pochi in Italia sanno usare così bene l’elettronica in un contesto sommariamente rock); subito dopo, però, una sorpresa, con un groove basso e batteria secco e legnoso, altezza “Here Comes The Bastard” dei Primus (dal capolavoro Sailing The Seas Of Cheese, 1991), che in seguito si sviluppa in modo più canonico con l’aggiunta di synth e chitarre, a loro volta in procinto di dirigersi verso lidi post-rock, non lontano dai tropici e dai meridiani dei June Of 44, per sette minuti  abbondanti di durata: questa è “bassodromo”, la traccia d’esordio del nuovo disco del trio romano vonneumann, del quale abbiamo parlato poco tempo fa in occasione dell’uscita di tl;dl. Pezzo abbastanza convenzionale tutto sommato, che sorprende proprio per questo (i vonneummann da anni ci hanno abituato ad altro, a farci sobbalzare quando le cose girano bene, e spesso lo fanno).  “AntiEuclid” attacca invece felicemente imprendibile con un bel glitch rock attraversato da un violoncello, ed è come una risposta agli Autechre che poi evolve in altre forme quando la selva ritmica si dirada, con una capacità di lavorare su timbri desueti e su suoni ispidi e sorprendenti che resta uno dei marchi di fabbrica della band. Grande pezzo. Meno convincenti per chi scrive gli intrecci chitarristici tutto sommato abbastanza classici di “impossibile essere possibile”, che però vede Lucio Leoni alla voce, con un testo in italiano, questa una vera e propria novità per il gruppo romano, grazie alla quale ipotizza una versione pop degli UochiTochi, ma confessiamo di preferire gli originali. “DKSG”, che vede Ivan A. Rossi (musicista,fonico e produttore di lunga data, con un curriculum sterminato, noi ce lo ricordiamo dai tempi della compilation 15 Italian Dishes della Raving Records, anno domini 2002, dove appariva a nome 8brr) a synth modulare, drum machine e Moog, si perde di nuovo in lande digitali, creando un paesaggio futuristico e subacqueo, come fosse dubstep nelle profondità del Mar Glaciale Artico. Si torna in superficie col metronomo di “humanoide”, di nuovo dalle parti dei Primus, però privi della vena di ironia beffarda e di funk bianco, bensì ibridati col post-rock dei ’90 (da lì, grossomodo, proviene il gruppo): dopo un paio di minuti entra una tromba un po’ sfasata a variare l’atmosfera senza però farla decollare, dopodiché finalmente un synth apre nuovi spazi e il clima si fa febbrile e psichedelico. Sette minuti e mezzo, a mio modo di vedere con tre minuti in meno il brano sarebbe stato ottimo. Di nuovo molto riuscite  le liberissime divagazioni di “SOAQD”, con Marco Tabellini dei San Leo alla chitarra acustica, Vera Burghignoli alla voce e Sonia Scialanca al sax alto: una parentesi onirica e oppiacea che suona come gli Hood chini su uno spartito di Terry Riley, di nuovo semplicemente perfette interferenze elettroniche, poi con l’entrata dei fiati si finisce non si sa bene dove, e va benissimo così, il clima si fa drammatico, da funerale greco quasi; riparte la chitarra acustica, e sono i Mice Parade o i Town & Country, riletti però in modo del tutto personale, in un pezzo che suona delicato, intimo e fragile come un risveglio. “DwORD”, e sono ancora l’elettronica ed i synth a  sparigliare le carte, successivamente parte un groove incalzante sul quale si ergono altri suoni come muezzin all’ora delle preghiere; la marea monta, fino a toccare quasi il cielo per un momento, poi si sgonfia, e ci si ritrova alla deriva, tra suoni enigmatici e punti interrogativi senza risposte. Ma è solo una breve tregua, perché riparte il tempo dispari, martoriato da fitti dialoghi tra circuiti, e il pezzo scompare così come era apparso. Ci siamo. Chiude il disco “antiReprise”, che riprende in chiava più massiccia e chitarristica le idee di “antiEuclid”, ma non cattura molto la mia attenzione.

Resta comunque intatta e inscalfibile l’attitudine libera e coraggiosa dei vonneumann, che continuano a essere un gruppo meritevole di tutta la nostra e la vostra attenzione. In questo disco a momenti di assoluto valore si alternano a mio modo di vedere alcuni passaggi non così a fuoco; fossi stato in loro avrei insistito di più sui landscapes, sulle forme aperte e sulla componente elettronica, lasciando da parte il (post)rock (che avevano già sciorinato molto bene in un disco come jaser​/​lægo, per la gloriosa Free Land, nel lontano 2002 ). Mettiamola così: in questo disco a (brevi) tratti hanno tentato di essere possibili, ma, come da titolo di uno dei pezzi, per loro è impossibile essere possibili, e noi ce li teniamo cari proprio per questo. Avercene, comunque, di band così.