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VERMILION WHISKEY, Spirit Of Tradition

I Vermilion Whiskey sono uno di quei gruppi un po’ sopravvalutati, quantomeno dal suo management. Già mi rimane difficile capire come abbiano fatto ad essere messi sotto contratto, probabilmente live esprimeranno un’energia impercettibile nei lavori in studio, ma spacciarli per una ventata di freschezza in un mare di cloni dei Pantera francamente mi pare una cazzata. Innanzitutto fatico a trovare un valido punto di confronto tra i Vermilion Whiskey e i Pantera, semmai c’è qualche influenza dei Corrosion Of Confomity, poi faccio ancora più fatica a trovare segni di rinfresco tra le sei tracce che compongono Spirit Of Tradition, figuriamoci di novità. Altro elemento che personalmente ritengo conferisca quasi sempre un connotato negativo è affidare mixaggio e masterizzazione (rispettivamente a Kent Stump dei Wo-Fat e Tony Reed dei Mos Generator) a musicisti più noti. Che senso potrebbe mai avere il sottolineare questo fatto se non quello di colmare (a chiacchiere!) una lacuna artistico-creativa e tentare quindi d’incuriosire l’ascoltatore? In questo caso l’effetto è quello boomerang: lanci questo genere d’informazioni per attirare l’attenzione e ti si ritorce contro perché alzando le aspettative aumenta anche la delusione.

Non c’è nulla che possa farmi drizzare le orecchie in Spirit Of Tradition. Heavy rock con le chitarre in primissimo piano, batteria piuttosto indietro, basso sepolto nel mix e voce senz’arte né parte. Un disco che potrebbe essere stato scritto pressoché da chiunque. Mi spiace doverlo dire, poiché conosco personalmente quanti sacrifici, tempo e spese, la maggior parte delle band sostiene per scrivere e registrare un album, ma al contempo sarei un vero idiota se, pur di non stroncare il gruppo in questione, fingessi che in un lavoro come questo c’è qualcosa di carino, e sfortunatamente ho il vizio di dire ciò che penso. Oh! Può sempre succedere che alla prossima uscita sarà tutto diverso e bellissimo, mai dire mai.