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TOOTARD, Laissez Passer

I Tootard arrivano dal villaggio di Majdal Shams, sulle alture del Golan occupate da Israele dal 1967, e sono al loro secondo album, il primo ad avere una distribuzione internazionale grazie alla Glitterbeat. Laissez Passer il titolo, ovvero lasciapassare, come il documento di identità di questi musicisti, che non esistono ufficialmente, non hanno passaporto: una corda e un pezzo di legno sono la loro polvere da sparo (“Il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia”, diceva Demetrio Stratos, e il concetto è il medesimo). Il quintetto si muove tra il desert-blues dei Tinariwen (“Laissez Passer”, in apertura), il reggae, la musica araba (“Musiqa”, che pare una versione più rispettosa del galateo, e a dire il vero meno interessante, di certe cose che ascoltammo in Choubi Choubi, la bella compilation sulla musica irachena edita dalla Sublime Frequencies qualche tempo fa) e vaghi sentori psichedelici, il tutto mantenendo sempre dritta la barra verso un approccio pop alla composizione: durate medie, grande attenzione alla melodia, arrangiamenti calibrati e pieni, un suono caldo e un groove sempre ballabile e sinuoso.

Se in “Sahra” fanno capolino anche dei fiati da mille ed una notte, armonie vocali e fioriture strumentali a presa istantanea, in “A’Sfur” una chitarra solitaria e perfetta per visioni à la Herzog nella sabbia promette per pochi attimi un viaggio che in realtà non si compie, perché il pezzo è un reggae-pop sostanzialmente innocuo. Va meglio con i delicati veli di “Nasma Jabalyia”, come dei Tears For Fears persi dietro ad un muezzin. Hasan Nalkeh, voce e chitarra del quintetto, usa una chitarra modificata con corde extra per farla suonare come un oud. Alle volte (“Bayati Blues”) l’effetto è potente ed apre sipari panoramici, come recentemente hanno fatto i DirtMusic, sempre su Glitterbeat, altre no (“Oya Marhaba”, un altro pezzo in levare che lascia il tempo che trova ).

Alla fine il disco, pur vivendo momenti molto buoni, paga una ispirazione discontinua: “Roots Rock Jabali” è un altro episodio del tutto prescindibile, sostanzialmente fiacco, “Circles” ripete senza grande inventiva un canovaccio già esposto. La band però potenzialmente potrebbe fare ottime cose, come in chiusura con “Syrian Blues”, dimostra: le alture del Golan storicamente erano parte della Siria, ed il pezzo vuole essere un omaggio a quella terra così vicina e così martoriata; un blues dolente e sommesso per chi ha casa ma non ha nazionalità, abbellito da un tocco felicissimo e da epifanie di ance.

Con un produttore visionario, i Tootard potrebbero fare il botto: per ora ci accontentiamo di qualche lampo di bellezza, e li aspettiamo al prossimo disco.