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SOREN JAHAN, 137

Entrare nel mondo di Soren Jahan non è difficile. Certo, occorre fare uno scatto verso il proprio lato oscuro: bostoniano, a Berlino da un decennio, fotografo per lo più fetish dotato di grazia ed eleganza, co-fondatore di Supply Records insieme a John Barera. Per 137 sceglie 16 tracce concepite nel 2016 con una sola regola: negarsi l’utilizzo di ogni tipo di campionamento all’interno della costruzione dei brani. Ne esce un universo sonoro che si barcamena fra idm, ambient e fughe mentali intrigante.

Una traccia dura 3:44 minuti.
Tre tracce durano 3:45 minuti.
Una traccia dura 3:47 minuti.
Dieci tracce durano 3:48 minuti.
Una traccia 3:49 minuti.

Non può ovviamente essere un caso, appare chiaro come si tenti di smussare il confine fra calcolo, umanità e provocazione. Darsi delle regole, infrangerle, distorcere un equilibrio. Così la musica, programmatica ed intensa, non facilmente collocabile anche se semplice e libera: minimale, dritta musica elettronica da ballo. Leggera, con qualche lato oscuro nel senso di decadenza ritmica, di rottura dell’algoritmo di creazione, a lasciare che i baricentri si scompiglino. A tratti sembra di assistere alla modalità automatica di un vecchio videogioco arcade. Il disco non ha una vera e propria narrazione, difficile quindi ipotizzarne e legare l’operato agli altri ambiti espressivi di Soren. Assale, con il passare dei minuti, una sorta di assuefazione ritmica grazie alla quale si viene cullati dai cigolii della musica, che si avvicina ad una versione più quadrata di certa elettronica targata Sonig. Rimangono però alcune immagini: delle campane gotiche e ronzanti in 11a, i rintocchi di carillon in 16a, la dedizione certosina di Soren, che improvvisamente ci guida in un altro spazio, in un altro mondo, popolato da frattali sonori altrettanto subliminali.