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ROGER ROTA, Octo

ROGER ROTA, Octo

Un incedere sorvegliato, come un malintenzionato che impugni una lama affilata e prepari un agguato, a noi e possibilmente alle buone maniere che imprigionano il jazz; un che di Tim Berne nella scrittura, anche se il groove non stordisce come sanno fare quelli dell’altista americano. Resta a metà del guado, promette scintille che non arriveranno “Cordes”, la traccia di apertura di questo lavoro dell’ottetto di Roger Rota (sax soprano, composizioni ed arrangiamenti), tautologicamente intitolato Octo, pubblicato dall’instancabile Aut Records, della quale già abbiamo parlato negli ultimi tempi. La sezione fiati, che rappresenta la metà dell’ensemble, fa la parte del leone: oltre al leader, Francesco Chiapperini (alto, clarinetto e clarinetto basso), Andrea Ferrari (sax baritono e clarinetto basso, lo abbiamo ascoltato di recente nel duo NovoTono), Andrea Baronchelli (trombone, recuperate Out Of Suite dei suoi AB Normal, un ottimo lavoro). Completano la formazione Eloisa Manera al violino, Alberto Zanini alla chitarra, Roberto Frassini Moneta al basso e Filippo Sala alla batteria. “Nine” apre il sipario su un panorama novecentesco felicemente ambiguo, tra melodia e filosofia, poi l’incedere vagamente bandistico del pezzo non convince pienamente: ci sono tentativi di increspare le onde e far salire la marea, ma per il resto si sta in una aurea mediocritas che lo fa dimenticare. Decisamente più interessanti le esplorazioni di “Star”, dove una chitarra scova polvere cosmica sotto un tappeto da fanfara oltre le nuvole, come una elegia abitata da una psichedelia vaghissima: bastano pochi elementi, un tema denso di soul, di blackness, un groove che resta implicito, cenni e non fraseggi troppo pieni, un bell’incastro tra le quattro voci della sezione fiati e il violino, e tutto funziona a meraviglia. Con “Two” nuovamente però la scrittura si infittisce, si tende a voler riempire, senza che ci sia un’idea forte a tirare le fila, e allora il meccanismo s’inceppa: uno strano ibrido tra un groove sincopato praticamente drum’n’bass e un altro incedere bandistico che suona fuori fuoco. Nuovamente rock e muscolare “Inda Trio”, fracassona senza costrutto. “Fro Be Ach”, con la Manera protagonista e col suo passo più discreto e cauto, fa guadagnare nuovamente quota al disco, “Ten” lascia perplessi, sia nella scrittura, sia negli accostamenti timbrici che lasciano distanti, come fossimo visitatori di un museo invitati ad ammirare un manufatto protetto dentro una teca. Più coinvolgente il deserto immaginario – dal quale chissà se un giorno finalmente giungeranno i Tartari – di Eleven, sinuosa e sottovoce. Retta da una minima figura di basso e da un ritmo sghembo, “Liturgic-Lale” espone buone idee senza svilupparle a pieno, perdendosi a volte nel gioco di un interplay non sempre così pregnante. “Cose Preziose” è una ballad, o ci assomiglia: passa senza colpo ferire. “Gidambaa”, in chiusura, suona come una rivisitazione di “All Blues” di Miles senza ripeterne l’ineffabile mistero, ma portando un groove pieno e tondo: peccato per alcuni interventi un po’ didascalici che non aggiungono molto, semmai la rendono più banale, diluendo la forza dell’idea di partenza, che seppur semplice funziona. Chi scrive non ha assolutamente nulla contro la semplicità, anzi questo lavoro pare soffrire del problema opposto: un’ostinata voglia di aggrovigliare la matassa anche quando non è necessario, al netto di un mood che suona alle mie orecchie pericolosamente vicino alle secche di certo jazz italiano, pur mirando alle nevrosi urbane americane. Peccato, perché quando restano meno elementi in campo brillano idee buone: quattro pezzi su undici però sono troppi pochi per poter promuovere un lavoro che non ci ha convinto.