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LEATHERETTE, Fiesta

Che l’Emilia-Romagna sia la regione italiana deputata a catturare un certo sentimento giovanile ormai si sa: il culto alternativo da queste parti raggiunge la dimensione della devozione, se non della sacralità. Perciò non stupisce che da qui siano partite molte delle scene “post-” degli ultimi due decenni: prima quella post-rock con Giardini di Mirò, Å, Settlefish, tutto il giro Homesleep e poi il post-shoegaze di Be Forest, Brothers In Law, Soviet Soviet, Wolther Goes Strange, København Store, A Classic Education, His Clancyness e altri. Cosa avevano in comune queste realtà? Oltre a essere confluite l’una nell’altra, la scena post-rock e quella shoegaze/post-punk si identificavano con l’idem sentire dei giovani legati alle più fresche mode del mondo alternativo anglosassone e si scrollavano di dosso quella fastidiosa cappa di provincialismo di cui spesso gli italiani stessi sono artefici e vittime.

Non è un caso, dunque, che a occuparsi del primo ep dei Leatherette nel 2021 sia stata We Were Never Being Boring, una delle realtà di rock indipendente e affini più affermate in Emilia-Romagna. I Leatherette, dal canto loro, si inseriscono nel solco di questa tradizione, che riflette i gusti predominanti nel pubblico alternativo europeo: sempre di post-punk si parla, ma nell’accezione di Squid, Shame, Idles. Il post-punk di oggi, che non teme recrudescenze noise, svisate jazz e capatine improvvisate in generi più eclettici come post-rock e prog, math: ricorderete forse che quest’estate si è gridato al miracolo da più parti all’uscita del terzo disco dei black midi.

Oggi l’album d’esordio dei Leatherette, Fiesta, arriva a confermare lo stato di salute della scena emiliana. I cinque hanno registrato il materiale all’Outside Inside Studio di Matt Bordin (Squadra Omega, Mojomatics), che in “Play” si presta anche al sax soprano: il risultato sono dieci tracce che coltivano sogni midwest-emo (“Come Clean”, “Sunbathing”, “So Long”), ricalcano il noir di King Krule (“No Way”, “Fiesta”) e forzano la mano dove possibile su trame noise-rock (“Dead Well”, “Fly Solo”). I termini di paragone tirati in ballo sono forse eccessivi (lascerei James Chance e John Coltrane dove stanno), ma “Thine Ice” e “Play” dimostrano tutta la personalità di una band che non può che crescere, in questo rettangolo grigio di mondo, che sembra l’East London, ma che invece è Bologna.