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L’attualità di Monk (Armaroli e Schiaffini, Barber Mouse)

Thelonious è pianisticamente meraviglioso. Si accosta al piano come da un angolo, ed è l’angolo giusto… Queste parole di Bill Evans su Monk, che ho letto non ricordo dove, mi sono sempre rimaste impresse nella mente. Quasi sintetizzano un personaggio non sintetizzabile. Lo vedo spesso, il vecchio caro Sphere, nel suo appartamento verso la 60a Ovest. Cappellaccio in testa, curvo sul suo Baby Steinway incastrato nella piccola cucina come un elettrodomestico, i bambini chiassosi che gli giocherellano intorno mentre Nellie prepara la cena. Incredibile, ma lì sono nati Pannonica, Epistrophy, Monk’s Dream, Evidence, Misteriosotra i più bei suoni del Novecento.

Quell’angolo giusto di Evans mi è tornato in testa ascoltando due lavori su musiche di Monk usciti da poco, molto diversi tra loro ma sempre affascinanti: Monkish (‘Round About Thelonious) dell’Armaroli-Schiaffini 4tet ed Heretic Monk dei Barber Mouse, il primo su Dodicilune, il secondo su Auand. Quale angolo di lettura monkiana hanno scelto queste formazioni?

Per Sergio Armaroli e Giancarlo Schiaffini è come un secondo capitolo. Vengono entrambi da Deconstructing Monk In Africa (Dodicilune, 2021), dove in una lunga traccia unica su una base preregistrata indagavano i blues monkiani con un approccio contemporaneo. Qui non solo allargano la formazione a un più canonico quartetto (con Giovanni Maier al contrabbasso e Urban Kušar alla batteria) ma privilegiano un avvicinamento alle perle monkiane così come sono, nella loro bellezza imperfetta. Viaggiano rischiosamente su crinali scivolosi tra un approccio essenziale, il puro piacere di fare jazz e una visione astratta di quelle tracce luminose dove i lampi dell’improvvisazione non smussano gli spigoli ma anzi li deformano per moltiplicare le possibilità, le visioni. Scelta creativa che funziona alla grande, perché come davanti ad uno specchio le danzanti architetture monkiane riflettono la loro grandezza grazie a una lettura filologica, ma funzionano anche come possibili rampe di lancio per le avventurose incursioni del quartetto. Oramai Armaroli e Schiaffini, protagonisti negli ultimi tempi di una vivacissima condivisa progettualità, si muovono in un equilibrio magico. Balafon e vibrafono, che trasfigurano sul fronte armonico in una specie di pianoforte-percussione, si intrecciano con la voce zigzagante e dissacrante del trombone in un mix imprevedibile. Se ci sommiamo poi il flusso denso e legnoso di Maier e la punteggiatura sospesa e impeccabile di Kušar possiamo affermare che Monkish dell’Armaroli-Schiaffini 4tet è un gran bel lavoro collettivo.

I Barber Mouse (Fabrizio Rat, piano preparato, Stefano Risso, contrabbasso preparato, Mattia Barbieri, batteria e oggetti) con Heretic Monk scelgono un altro punto di vista, un angolo diverso. Già con l’aggettivo eretico ci anticipano molto. Poi modificando, preparandoli, i propri strumenti, compiono una personale scelta estetica. Il suono non è pulito: è meccanico, stoppato e distorto, a volte compresso, tratteggiato in una ambientazione urbana. Sul piano della scelta repertoriale affiancano poi alle composizioni di Monk brani da lui eseguiti e amati. Tutte queste scelte programmatiche convergono in un percorso che tende a farci conoscere l’altra faccia del pianeta monkiano. Avvolgono tutto in una patina vischiosa, inquieta. Dilatano, moltiplicano, deformano, prosciugano motivi, suoni che ci parevano intoccabili nella loro disarmante bellezza. I Barber Mouse ci ricordano così, estremizzando le dissonanze, la complessa personalità di Monk, oltre il genio, i suoi tic, le fragilità, quel buio decennio di assenza, rifiuto del mondo. Lo fanno con misura, nel rispetto dei tempi, dello spazio, dei silenzi. Del mito.

Sorprendentemente i due dischi hanno un solo brano in comune: “Friday The 13th”. L’Armaroli-Schiaffini 4tet ci apre il disco, dopo un incipit magico del vibrafono, per poi scomporlo in prismi astratti, ancora danzanti, dal sapore ludico, dove Schiaffini si supera in un solo epico. I Barber Mouse, invece, ci chiudono il loro: in un minuto prosciugano la composizione in un grumo di suoni scuri, densi, guidato dal contrabbasso che espone il tema mentre il pianoforte accumula accordi sbilenchi e la batteria va per conto proprio. Geniale.

Ma qual è l’angolo giusto?