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Jaisalmer Desert Festival, 8-10/2/2025

India, Rajasthan.

Nei tre giorni che precedono il primo plenilunio del mese indù Margh (10, 11, 12 febbraio) nella regione del deserto del Thar Marwar, Rajasthan occidentale, si è svolta la 45esima edizione del Jaisalmer Desert Festival, evento, festa popolare con focus dedicato all’aspetto musicale delle musiche rajasthane, ma che non tralascia le svariate, sorprendenti attività artistiche che la popolazione Manganiar svolge da sempre in questa arida ma meravigliosa terra di confine, attraversata nei secoli da ovest verso est e viceversa da carovane, merci, traffici di ogni tipo, culture differenti che hanno reso questa zona del Rajasthan un tesoro unico nel sub-continente indiano. I Manganiar che vi risiedono sono una comunità mussulmana, in maggioranza seguaci della filosofia Sufi, nota in tutto l’Oriente per essere dedita al Qawwali (“espressione”), modo musicale che nei secoli dall’Afghanistan (dove è nato circa 700 anni fa) si è esteso all’India del Nord Moghul attraverso quell’aria geografica del Sindh che dal 1947, con la cosiddetta “Partizione”,  è l’odierno Pakistan e di cui Nusrat Fateh Ali Khan (1948-1997) è stato nel mondo contemporaneo l’interprete di maggior rilievo. Il termine “manganar” deriva dalle parole “mangan” che significa implorare e “har” che sta per ghirlanda di fiori, la strumentazione degli ensemble dal numero di elementi variabile prevede harmonium, kamaicha (strumento ad arco a 17 corde), karthaal (sorta di nacchere di legno tek), il tamburo a mano dholak e il Kachara Khan, denominazione riservata alle voci dei solisti; le danze Ghoomar e Kalbeliya possono ulteriormente impreziosire concerti che si trasformano in momenti rituali collettivi molto più vicini a un nostro rave che ad eventi di musica sacra come noi li intendiamo, tanto l’audience è invitata e coinvolta in una partecipazione attiva e non si può certo dire che gli indiani, che sono il 95% del pubblico (ancora pochi per fortuna i foreign tourists), si facciano pregare per ballare, suonare, fare baldoria.

Ecco – augurando loro che qualche Peter Gabriel o Damon Albarn li faccia conoscere fuori dall’India ma, attenzione, uno che per l’India ci bazzica in modo proficuo è l’ottimo Radiohead Jonny Greenwood – i nomi di alcuni dei musicisti che nei primi due giorni si sono alternati tra gli spazi all’aperto sottostanti la sontuosa cittadella del Forte di Jaisalmer o, alla fine, nelle spianate fra le dune distanti circa 40 km dalla città nel deserto del Thar: i gruppi principali di Shri Chhuge Khan, Annu’s Ghutna Chakri e Awad Sain hanno suonato ipnotici live-set di purissimo Qawwali in lingua marwari. Il solista Tagaram Bheel, col suo incredibile flauto a doppia-ancia algoza, è stato per noi una vera rivelazione, poi, in conclusione, nel deserto con la luna piena alta nel cielo la Symphony Bhungar Khan, il celebrato collettivo che promuove anche attraverso l’attività didattica nelle scuole di Jaisalmer l’eredità musicale Manganiar, contendendo altresì ai pakistani Sabri Brothers la corona di sovrani del Qawwali. Questi i concerti dei gruppi segnalati sul programma ma innumerevoli altri denominati “rural folk zone group”, sono stati ugualmente affascinanti, con la meraviglia finale di un ensemble di cornamuse che reinterpretava il Qawwali attraverso lo spettro sonoro scozzese… quando il “colonizzato” è infine più forte del colonizzatore!

Capitolo a parte per le tre star che nel main-stage coprivano l’ambito più “bollywoodiano” del programma notturno. La prima, Jyoti Nooran (Jalandhar 1994), proviene da una famiglia di musicisti tradizionali Sufi, inizialmente con la sorella nelle Nooran Sisters e ora da solista ha rivoluzionato e rivoluziona i canoni sonori Qawwali per immetterli su un canovaccio contemporaneo sicuramente vicino al pop e all’elettronica, ma altresì fedele alla carica ancestrale di provenienza, coinvolgendo un pubblico giovanissimo tutto social e tik-tok che altrimenti ne rimarrebbe distante. Kutle Khan è un vero idolo del mainstream indiano, ma la sua miscela di tradizione e modernità si fa ascoltare con attenzione anche da orecchie aliene come le nostre. Ammettiamo invece la “ritirata” nella penultima sera innanzi a Kaka, attesissima pop star proveniente dal Punjab, regione indiana, accreditata del massimo successo in ragione di un dialetto hindi particolarmente dolce (azzardando un paragone “Parigi incontra Napoli”), sorta di neo-melodico decisamente hype da queste parti.

Altri momenti salienti sono state le danze kalbelya e ghoomar di cui abbiamo detto e ancora al ritmo incessante del dholak la sfilata di decine di cammelli splendidamente adornati, ma anche strane competizioni come la gara di legatura del turbante, la competizione di baffi e barba dalle forge più estreme e naturalmente la surreale corsa dei cammelli, che pur partendo tutti dallo stessa linea di partenza arrivano per diagonali assurde, derivanti dalla loro stazza e quindi dal loro modo di galoppare, a traguardi assolutamente differenti! Coordinate finali: il nostro inverno è il periodo migliore per andare a Jaisalmer raggiungibile con volo diretto da Delhi, ma anche in treno o auto facendo tappa a Jaipur, Jodphur o Udaipur, là dove musica, cultura, cibo ma soprattutto le persone che incontrerete renderanno fortissima quanto indimenticabile l’esperienza indiana.