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INTEGRITY, Humanity Is The Devil (20th Anniversary Remix + Remaster)

Integrity3

Per chi scrive, Humanity Is The Devil (terzo capitolo della saga) è la perfezione a firma Integrity. Sei pezzi fondamentali che possiedono tutta la ferocia, la violenza, l’oscurità di cui il gruppo di Cleveland è capace, portate allo stadio finale. La simbologia “Holy Terror” viene svelata in tutta sua semplicità e crudeltà, per aprirci la mente sull’unica cosa che è reale: l’umanità è il diavolo, portatrice di sofferenza, guerra, malattia, terrore. Deve essere spazzata via, attraverso l’unione tra l’agnello e la capra, in grado di sprigionare una tempesta di fuoco purificatrice (“Abraxas Annihilation”). Attraverso le visioni di Dwid ci dirigiamo verso la fine dei nostri giorni, il giudizio finale, senza possibilità d’appello. Non c’è redenzione, non c’è nulla: solo il totale annientamento. Un suono terrificante, scandito da riff metal intinti nell’hardcore più estremo, come se gli Slayer si unissero ai Negative Approach. Gli assoli sono tanto brevi quanto fulminanti, esoterici nel loro modo di evocare i demoni venuti a punirci. Non a caso, dopo l’uscita di questo disco, si comincerà a parlare di “metal core”, ed è da qui che tutto parte. La voce di Dwid è qualcosa di ultraterreno, un ruggito assordante ma allo stesso tempo un urlo di guerra.  È il gran cerimoniere dell’apocalisse, dove ogni cosa verrà distrutta nella sua interezza e non ci è dato sapere che verrà dopo, perché noi saremo morti e sepolti. L’incubo diviene realtà, ingoia tutto, non risparmia niente e nessuno. Poiché siamo giunti al ventennale (uscì nel ’95 per Victory Records) e occorre celebrare degnamente la ricorrenza, i pezzi qui sono stati remixati da Joel Grind dei Toxic Holocaust e la grafica originale a firma Pushead è stata ripresa e ritoccata da Josh Bayer. Il resto sta tutto qui: canzoni micidiali, immutabili nel tempo, leggendarie. Non serve nient’altro, solo la consapevolezza che la fine è imminente.