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HURZ, Hurz

HURZ, Hurz

Gli Hurz sono un progetto nato da una costola dei Tiresia Raptus, band romana dedita a una wave molto psichedelica e progressiva, che l’anno scorso aveva fatto uscire un disco veramente bello, Diaspora, che suonava un po’ come se i Litfiba dei primi tre album avessero reclutato Jhonn Balance e Peter Christopherson tra le loro fila. I due fuoriusciti da quel gruppo, Nicola Rossi (che molti conoscono come voce dei pachidermici Doomraiser) e Nico Irace si incontrano con Sergio Oriente, proveniente dai Sesta Marconi: in poche parole, una congrega di (ex?) doomster che lascia da parte la pesantezza e i riffoni per addentrarsi in una dimensione mistica, eterea e spirituale. Catalogarli è molto difficile: il primo nome che viene in mente ascoltandoli sono i Dead Can Dance, ma anziché rifarsi ad un suono quasi medievale, loro sembrano tornare in Magna Grecia. Grazie a un sapiente bagno di sintetizzatori, moog ed effetti vari, ci pare di assistere a un rituale pagano al tramonto, davanti a un tempio classico. Il che poi non è strano, se si pensa al brano di apertura “Il Nodo”, il cui testo non è altro che l’indovinello che la Sfinge fa ad Edipo, nella celebre tragedia sofoclea. Gli altri sei brani di questo lavoro non sono da meno: maturi e ben strutturati, sono tutti animati da un tono molto cerimoniale, com’è evidente nella marziale “1+1=3”  e in “San Giorgio E Il Drago”. Ci sono anche dei curiosi influssi dub in “Todestrieb – Vargtimmen”. Colpisce poi la voce di Nicola Rossi, che dimostra avere più sfumature in questo progetto che con i Doomraiser (nei quali, tra le altre cose, già aveva espresso il suo amore per il moog).

Hurz è un altro disco veramente bello, molto ricco ma anche molto scorrevole, che si ascolta e si riascolta con molto piacere. Quella del trio è una wave mediterranea ed elettronica, che farà la felicità di chi adora Eneide di Krypton, Scatology e Spleen And Ideal e che cerca un suono del genere senza scadere in una patetica nostalgia retrò.

In parole povere: compratevelo che ne vale la pena.