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DON ROBERTSON, Celestial Ascent

DON ROBERTSON, Celestial Ascent

L’etichetta milanese non intende retrocedere di un’unghia. Colpisce e fa di nuovo centro con quest’ascensione celestiale firmata da Don Robertson, multistrumentista del Colorado innamorato dello zither e perso sin dagli anni Sessanta dietro una lunga scia di luce. Celestial Ascent è “meditation music” senza tempo, non lontana dagli esperimenti, peraltro coevi, di Laraaji: minimalismo, stretching temporale e salite verso altre dimensioni. Due lunghissimi brani, “Oracle Of Love”, pensato per il giorno, e “Isis Unveiled”, il notturno, che riempiono ogni spazio vuoto con una delicatezza ritmica che ha punti in comune tanto con il raga indiano quanto con Steve Reich. La prima parte è luminosa, mentre la seconda predilige un oscuro lirismo comunque dominato dalle microtonalità dello zither.

Questa è musica che non diventerà mai altro rispetto alla sua originale concezione: espandere lo stato di coscienza dell’ascoltatore, dilatare le strette maglie della realtà per inserirvi il flusso minimalista di variazioni impercettibili che spostano grandi masse di suono. Non importa se abbiamo dovuto attendere così tanto, segno che i tempi non erano maturi: questo lavoro di Robertson ha atteso molti anni, infatti prima di ri-vedere la luce c’era stata una audiocassetta nel 1980. Riappare oggi grazie alla nostrana Black Sweat, e va ad occupare il posto al fianco di Ariel Kalma e Futuro Antico, anch’essi riscoperti e spolverati di fresco.

Per meditare e perdersi dietro una musica leggera come l’aria.