David Lynch, l’arte del sogno

intervista apparsa in origine sul mensile “Il Mucchio Selvaggio” n. 708/709, 2013
There were so many accidents; this album should be in the hospital. Così David Lynch, l’uomo che ha insegnato a tutti noi a guardare in modo differente, al cinema, sì, ma anche alla vita e alla stessa articolazione del pensiero, l’uomo che ci ha lasciato in questo orrendo avvio di 2025, presentava il primo vero e proprio album a suo nome, il cupo e paranoico Crazy Clown Time del 2011. Un ospedale dove ritrovare forse a sirene spiegate i “Six Men Getting Sick” del cortometraggio risalente al 1966, prima opera in assoluto dietro la macchina da presa. Non male per un disco inciso con tutta calma nei privati Asymmetrical Studios di Hollywood: un nome, una premessa di irregolarità attitudinale. Songwriting – scaturito da jam jazzy, in seguito strutturato – e produzione erano gestiti da Lynch in persona, con l’aiuto di Dean Hurley da subito in risalto. I testi, inutile specificarlo, apparivano piuttosto enigmatici, indecifrabili, seppur dedicati sia al dark sia al bright side of life, passando a detta del diretto interessato dall’orrore e dalla tristezza del perdere qualcuno per altre dimensioni al cercare un rimedio per l’essere ammalati di negatività, dalla saltuaria felicità che non ha sempre a che fare con gli esseri umani all’affrontare la realtà come risultato delle nostre azioni, dal venire salvati dall’amore a storie di amore non corrisposto nei pressi del bosco di pini. Lynch coniava il termine modern blues, definizione perfetta per il suo stile, per brani che trituravano Bob Dylan, Captain Beefheart e Tom Waits, scaraventandoli idealmente in Mezzanine dei Massive Attack o Third dei Portishead.
Al di là della regia, l’eclettico Lynch è stato devoto sin dagli albori a pittura e fotografia. I suoni hanno viaggiato in parallelo rispetto all’ingombrante, rivoluzionario corpus filmico, spesso accentuandone l’effetto straniante. Partendo dal 1977 di “Eraserhead”, nel quale la filastrocca “In Heaven” firmata con Peter Ivers trainava il lyp-synch della Signora del Radiatore, per arrivare all’ultimo “INLAND EMPIRE”, a segnare il debutto al microfono grazie alla nebbiosa, bellissima “Ghost Of Love”, e alla terza stagione-capolavoro di “Twin Peaks”, una celebrazione di un intero universo, con il palco del Roadhouse calcato da vecchie e nuove conoscenze (tra le tante, Julie Cruise, Nine Inch Nails e Rebekah Del Rio da una parte, Chromatics, Sharon Van Etten e The Veils dall’altra). Impossibile, poi, non rammentare il sodalizio con il compositore Angelo Badalamenti, avviato nell’86 per la colonna sonora di “Velluto blu”, o quello con la già citata Cruise (entrambi sono scomparsi nel 2022, pronti ad accogliere l’amico). Si può aumentare il carico con altri incontri rilevanti, si può scavare ancora, e ancora, e ancora, ma non sarebbe questa la sede opportuna. Una caterva di indizi, basti ciò, per un esordio da aprire come una blue box, ovverosia una porta percettiva spalancata verso l’inconscio, per trovarvi delle canzoni al posto della chiave.
Un paio di anni dopo, nel 2013, è arrivato il secondo album The Big Dream (l’ultimo sarà Cellophane Memories dello scorso 2024, co-intestato però con Chrystabell, nonché da lei interpretato). Ai tempi The Big Dream fu occasione per una conversazione telefonica con il leggendario regista del Montana, qui riproposta. Ciak, si parla. Realizzato con l’ormai fido Hurley, per vibrazioni da un cuore old style, elaborate da un’immaginazione proiettata sulle ipotesi del domani, The Big Dream concedeva maggior campo alla musicalità, sporcata comunque sia da una voce talmente effettata da risultare sfuggente e indefinibile. Le strade perdute sono quelle della mente, che talvolta portano alla legittima concretizzazione di grandi sogni. Ma in fondo tutto è una registrazione, è un’illusione. O no? Silencio.

Quando aspetti la chiamata di David Lynch, pensi. Pensi che è tramite la linea telefonica che, nell’apertura di “Twin Peaks”, viene comunicato l’assassinio di Laura Palmer. Pensi che una delle sequenze più terrorizzanti della filmografia del regista americano, in “Strade perdute”, si svolge con un cellulare: a un party il protagonista Fred incontra un uomo inquietante, che sostiene di trovarsi contemporaneamente a casa sua. Fred compone il numero della propria abitazione e, sconvolto, appura che l’impossibile è possibile. Oppure pensi che in “Mulholland Drive” i disturbati e bipolari personaggi femminili non esitano a chiamare sé stessi per verificare la loro identità, mentre le inquadrature sui telefoni che squillano – portatori di messaggi sconvenienti e mortiferi – divengono uno dei vari leitmotiv.
Nel nostro caso non avviene niente di tutto ciò. Lynch è cortese e vivace, esprime apprezzamenti sul cibo italiano e riaggancia con un divertito “ciao”. La sua voce, a sessantasette anni, non è molto cambiata e formula frasi che giocano sovente con la reiterazione delle parole, per risposte concise ma spontaneamente a effetto. Il dialogo assume una piega onirica.
The Big Dream è un titolo perfetto per il tuo immaginario, ma qual è il più grande sogno di tutti?
David Lynch: L’amore.
Hai definito il tuo stile “modern blues”. Combinare il blues, cioè una classica musica dell’anima, e l’elettronica, un elemento connesso con il presente, equivale ad affermare che la forma-canzone è atavica anche se la sua veste può mutare accordandosi ai tempi?
Stai dicendo che la forma è vecchia ma va da qualche parte verso il futuro. Sì, è corretto. Il blues è un’ottima forma e mi piace quando viene elettrificato, quando ha la chitarra elettrica. L’elettricità passa attraverso il blues ed è così eccitante, così eccitante. Questo è il punto dal quale sono partito.
Le canzoni sono scaturite da jam session: cogliere le giuste melodie in questo febbrile vortice di suoni e beat è un po’ come pescare delle idee, che associ ai pesci nel tuo libro sulla meditazione trascendentale “In acque profonde”?
Sì, inizi una jam e la jam va per conto suo. Poi, a un certo punto, alcuni pesci bellissimi cominciano a nuotarci dentro e peschi quel che ritieni nuovo o toccante. Da qua procedi andando molto lontano…
Nonostante nelle canzoni permanga una componente visionaria e disturbante, mi sembra che la musica sia il canale con il quale esprimi più direttamente le tue emozioni.
Sì, è un mezzo emotivo. Una sorta di mezzo intuivo. È astratto, è molto, molto bello. La musica non può essere spiegata a parole.

Non può essere spiegata a parole, ma Lynch non è un novellino in materia, non è una star alle prese con l’ennesimo sfizio. Nel 2011 molta gente è rimasta sorpresa dal suo primo album Crazy Clown Time, ma la musica è sempre stata appunto una sua passione. Con la complicità di Angelo Badalmenti, tra 1989 e 1993 Lynch ha prodotto due dischi di Julee Cruise, così come successivamente ha fatto per Jocelyn Montgomery, Ariana Delawari e Chrystabell. Oltre ad aver contribuito ad alcune colonne sonore dei suoi film, nel 2001 Lynch ha firmato con John Neff il rock sperimentale di BlueBob, nel 2007 ha approntato dei soundscape per la sua mostra di quadri e foto “The Air Is On Fire”, nel 2008 ha realizzato insieme a Marek Zebrowsi “Polish Night Music” e ha lanciato per la sua etichetta Absurda un tributo a Dave Jaurequi, nel 2010 ha siglato il progetto Dark Night Of The Soul al fianco di Danger Mouse e Sparklehorse.
È l’evoluzione di un’esigenza?
Sì, è un processo evolutivo. Tutto è partito con Angelo. Anzi, tutto è partito con gli effetti sonori dei film perché amo il suono, dunque si trattava di suoni astratti e musicali. Finché non è arrivato Angelo non potevo però avanzare con la musica, “ballare” con qualcun altro e andare a fondo in questo mondo.
Hai lavorato di nuovo con Dean Hurley, multistrumentista e ingegnere del suono, che per i tuoi dischi sta diventando quel che è stato appunto Badalamenti per le colonne sonore.
Sì, Dean e io siamo un combo. Quindi certe cose vengono fuori quando io e Dean lavoriamo assieme. Queste cose che vengono fuori sono chiamate Crazy Clown Time e The Big Dream.
Il canto è arrivato dopo la chitarra. Come mai?
È un’autentica domanda. Odio cantare, odio cantare. Ho provato a farmelo piacere, ma non canto in pubblico. Quindi il canto è venuto per ultimo e non sono veramente un cantante, così come non sono un chitarrista. Ma suono la chitarra e canto. È un fenomeno davvero strano, ma il divertimento è davvero tanto. Trascorriamo del tempo fantastico facendo musica. È molto, molto emozionante.
Quindi è a causa della ritrosia al microfono che non presenti i brani dal vivo?
Sì, è seriamente un’ottima motivazione. Una motivazione chiamata “paura”.
Non ci proverai neanche nel tuo Club Silencio, a Parigi?
No, neanche nel Club Silencio.
Suonare in studio è un po’ come stare dietro la macchina da presa, mente salire su un palco è un po’ come recitare. In ogni caso l’effetto della tua voce è abbastanza teatrale.
Sì, lo è. Perché dalla voce possono emergere personaggi che prima non c’erano. Questi personaggi sono un dono. Un dono che si fa avanti, dopodiché i personaggi vorrebbero cantare in un certo modo. È un tipo di magia che può avvenire e mi piace parecchio. Quando il personaggio si manifesta, il più delle volte si manifestano i testi per quel determinato personaggio. Ed è nata una canzone.
Già, nei testi ci sono vari personaggi: come li visualizzi nella tua mente rispetto a quelli dei film?
Nella mia mente posso “vedere” i personaggi. Quindi è la stessa cosa nel cinema: quando hai delle idee, sai come sono fatti i personaggi e cerchi di trovare un attore che si adatti all’immagine che ti sei fatto. Questa sarà la persona che prendi nel cast e con la quale farai delle prove, per far sì che afferri l’idea del personaggio che ti era venuta in mente. È un processo di questo tipo.
In The Big Dream c’è anche un brano di Bob Dylan, “The Ballad Of Hollis Brown”.
Sì, ma io e Dean ascoltavamo la cover di Nina Simone.
La tua voce, per quanto processata, ha comunque un timbro nasale simile a quella di Dylan, che è un maestro nel raccontare storie.
Beh, Bob Dylan racconta storie in una maniera grandiosa, grandiosa, grandiosa. Tutti sanno che i testi di Bob Dylan sono poesia profondamente bella, in ogni senso. Ne ho di strada da fare per giungere sin lì (ride, ndr).
Nella bonus track “I’m Waiting Here” c’è la partecipazione di Lykke Li. Hai sempre amato le voci femminili morbide e calde, ma perché proprio lei?
Lykke Li ha una voce fantastica. Questa canzone in particolare ha indubbiamente un tocco morbido. La vita porta dei gioielli: Lykke Li è arrivata e amo il suo canto, la sua scrittura molto vera. Lei e Dean hanno composto il brano, o meglio credo che lei lo avesse composto senza completarlo quindi si è messa a sedere con Dean e hanno lavorato bene insieme. Tanto che è venuto fuori “I’m Waiting Here”.
Il relativo clip sembra il proseguimento, alla luce del giorno, del finale di “Strade perdute”…
Esattamente. Farina del sacco di Lykke Li, perché io non ho niente a che fare con il video. Ma penso sia stato girato sulla stessa via di “Strade perdute”.
Mi dici qualcosa delle tue collaborazioni con Duran Duran e Interpol?
I Duran Duran hanno fatto un live show e io ho fornito del materiale simultaneamente, quindi è un concerto con immagini prodotte lì per lì. Per gli Interpol ho realizzato dei visuals in abbinamento a un brano, “Lights”.
Dato l’eclettismo, quale musica preferisci ascoltare?
Mi piacciono così tanti differenti tipi di musica… Ho così tante preferenze… Ultimamente c’è una canzone che amo, “Love And War” di Neil Young. Amo anche l’ultimo album degli ZZ Top e un pezzo degli Escondido, “Black Roses”. Vediamo un po’… Dean, cos’altro ascoltiamo?
D’improvviso compare un’altra voce, un altro personaggio in un copione imprevedibile. Forse Lynch sta parlando proprio dalla sua base di registrazione personale, l’Asymmetrical Studio.
Dean: Stiamo ascoltando “Digital Lion” di Blake e un po’ di roba più nuova…
David: Giusto! Mi piace James Blake e mi piace Kid Koala, nello specifico un brano che si chiama… Dean, come si chiama?
Dean: “6 Bit Blues”, una sorta di blues moderno.
David: Splendido.
Solitamente che supporto scegli per ascoltare musica? Prediligi il relax di un luogo preciso o il movimento?
David Lynch: Adoro i vinili, ma mi sa che ora sceglierei i CD perché il piatto che usavo si è rotto. In studio posso godermela, ma apprezzo ascoltare certa musica mentre guido: il problema è che a Los Angeles c’è un sacco di traffico, quindi è impossibile farlo perché si procede a un chilometro all’ora.
Il rumore del traffico aggiungerà un tocco industrial.
Sì, è tutto “industrial” adesso.
Lo dice puntando sulla doppia accezione del termine, e allora ne approfittiamo per toccare un tasto dolente, cioè quello dell’industria cinematografica.
Al cinema hai individuato qualcosa di “forte” negli ultimi tempi?
Non ho visto nessun film di recente.
Immagino la domanda sia noiosamente ricorrente, ma devo farla. Girerai un altro film?
Non penso proprio, Elena (ride, ndr). La verità, come tutti sanno, è che oggi il mondo del cinema è molto diverso. Non so se c’è un posto per me nel mondo dei lungometraggi. È abbastanza triste, ma in ogni caso al momento è la realtà. Vedremo cosa accadrà in futuro.