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DAVID GRUBBS, Whistle From Above

David Grubbs fa parte di un universo che per alcune persone ha significato tantissimo.
Io stessa ho passato molto del mio tempo libero, verso i vent’anni, a derivare all’indietro, cercando chi fossero i padri di un certo tipo di suono che all’epoca mi affascinava senza che riuscissi del tutto a spiegarmi perché.

È guardando indietro che ho trovato gli Slint, i For Carnation, i Gastr Del Sol, gli Squirrel Bait, e da lì in poi ne ho seguito il diramarsi in nuovi progetti con l’entusiasmo da sacerdotessa di una musica che all’epoca era roba per pochissimi, e che io stessa avevo conosciuto grazie a quelli che ancora adesso considero i miei fratelli maggiori musicali (grazie Luca, grazie Tiz, grazie Onga, grazie mediateche milanesi e dell’hinterland per il vostro immenso contributo intellettuale).

Questa è una recensione che è un pezzo di mondo, che va raccontato. Un mondo nel quale era solo grazie alle relazioni con altre persone simili a me e a un’estenuante ricerca di articoli, nomi, dischi, se riuscivo ad avere qualcosa da ascoltare che potesse rispecchiare davvero i miei interessi. Un pezzo di mondo che è ancora tutto lì, rinchiuso in due decenni di vita della musica di Louisville che poi sono diventati tre, quattro, espansi a Chicago, e che oggi possiamo ripercorrere con comodo e ascoltare finalmente con facilità, motivo per cui no, questo non sarà mai un articolo nostalgico su “come si stava meglio quando si stava peggio”. Di quell’universo mi mancano solo i concerti stupendi nei posti occupati, ma ora bando alle ciance, partiamo, nuotiamo a dorso.

Prendiamo il via dagli Squirrel Bait per parlare di David Grubbs, perché la chitarra che si sente in questo disco che – giuro – sto per recensire, è esattamente la stessa che sentite nel tuono che sono i loro pezzi, e poi in “Antlers”, un pezzo dei Bastro, poi discioltisi nei Gastr Del Sol. È in questa band che le idee più sperimentali di Grubbs e la sua fascinazione per la musica concreta poterono finalmente avere lo spazio per dilatarsi, liberandosi dalla forma canzone e allargandosi grazie a un costante lavoro di lima e di crescita con Jim O’Rourke (sì, quel Jim O’Rourke, quello dei Sonic Youth), la collaborazione più importante e lunga della sua carriera.

In un disco dei Gastr Del Sol, attenzione, c’è una cover di un pezzo di John Fahey, e anche lui è importante per questo disco che adesso inizio a recensire, anche perché da un certo momento in poi la vita musicale di Grubbs si allarga in un caleidoscopio di collaborazioni e in una veste solista di ricerca profonda che arriva al 2020, da dove appunto origina Whistle From Above.

“Ho suonato una quantità assurda (a shit ton) di chitarra, durante il lockdown” è la dichiarazione che ci serve per comprendere a pieno quest’opera, oltre appunto al riferimento a John Fahey, che io vedo come nume tutelare insieme a tutti gli antenati di cui sopra, e alla figura di Pauline Oliveros, con la quale ha collaborato a lungo e che, voglio pensare, lascia la sua firma nell’aria lasciata fra gli strumenti, nel silenzio e nell’interplay comodo, senza affanni, fra i molti collaboratori.

Pur partendo come lavoro solitario e solista, e configurandosi come tale, pare, anche per molte date del futuro tour estivo, in Whistle From Above figurano molti musicisti e musiciste scelti perché “adorati”, secondo le stesse parole di Grubbs. Andrea Belfi, Nikos Veliotis, Rhodri Davies, Nate Wooley, Cleek Shrey, suonano strumenti non usuali in modo inusuale, contribuendo a un impasto sonoro – ma soprattutto a delle combinazioni – dall’impronta minimalista e spessa, profondamente pensata, come nell’impro piano e arpa di “Hung In The Sky Of The Mind” o nelle esplosioni al rallentatore di “Queen’s Side Eye”, impreziosita da una tromba mai invadente, che gioca a fare la voce con suoni lunghi e piccoli, preziosi pattern jazzistici.

Il disco è compatto, chitarristico, ma mai muscolare o invadente, digeribile anche per chi, come me, non ha mai fatto mistero del suo odio per le chitarre soliste. L’approccio meditativo, per questo penso a Pauline Oliveros, è ben evidente già dall’inizio di Whistle From Above, che sembra uscire da un paesaggio innevato e solitario, fino all’ultima traccia, “Synchro Fade Pluck Stutter Slip”, che è una fine circolare: stessi suoni, stesso ascolto, stessa intensità che non ha mai bisogno di far esplodere per scavare e ci riporta al punto di partenza. Quello che Grubbs descrive è un paesaggio esteso, ipnotico, sta a noi decidere come esperirlo: fermi o in movimento, a occhi aperti o chiusi, scegliendo la chitarra come animale guida e affidandoci a lei per percorrerlo dall’inizio alla fine, oppure lasciando che ogni suono ci parli, silenzi compresi, non solo di quello che c’è ora ma anche di tutto quello che c’è stato, per quarant’anni, nella testa di David.

È un bell’ascoltare, è un bel ritorno, è un bel guardarsi indietro che consiglio a tutte le persone che, in quegli anni speciali, sono state sacerdotesse di quella musica nascosta chiamata post-rock, ma soprattutto a quelle che lo approcceranno per la prima volta. Che grande fortuna, per loro, avere tutte queste meraviglie da scoprire.