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CINDERELLA’S LEPROSY, All Gone Off

Cinderella's Leprosy

Di questi tempi i mutamenti climatici non sono certo una sorpresa, eppure veder spuntare il deserto nelle Marche riesce comunque a stupire. Perché i Cinderella’s Leprosy sembrano avere l’arsura e la polvere nel dna, con i suoni grossi e sgraziati che vengono fuori direttamente da un generatore e gli ampli appoggiati sulle pietre, i riff massicci e i vortici di psichedelia stonata di chi distilla succo da cactus trovati sul posto. Gente che si ritrova per suonare insieme e scopre che ne esce fuori qualcosa di intrigante, vicino allo spirito delle desert sessions ma con una buona dose di personalità a togliere il senso del solito tributo al lavoro altrui. Ciò che viene fuori è soprattutto la passione, l’onestà di chi non rifinisce troppo per non perdere la botta e così riversa su disco ciò che si ascolterà anche dal vivo, solidi brani strumentali in cui è il riffing a farla da padrone con una batteria secca e muscolosa a dettare il tempo, piccole fotografie delle lunghe arterie che corrono tra rocce e sabbia, viaggi coast to coast senza città nel mezzo, con il piede a tavoletta sull’acceleratore che tanto qui non si incontra mai nessuno. E, poi, lo sguardo verso il cielo venato di rosso e le stelle così vicine che sembra di toccarle – o forse sono i funghi a ingannare – un fuoco acceso per scaldarsi, visto che la notte nel deserto non è che si muoia di caldo, e tanta birra che scorre con le chiacchiere. Tutto qui, nulla di nuovo, nulla di eccessivamente complesso o rifinito, solo una cascata di accordi distorti e note lasciate vagare in libertà, bassi pulsanti e colpi di rullante, ma l’effetto finale è quanto meno intrigante.