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CHORA, Chora

in giorni cantati dall’ira della ragione, uccide il lavoro di trovar casa ovunque anche all’inferno. In giorni contaminati ogni uomo è specchio, ogni donna è già vecchia e poi abbiamo iniziato a vivere con la guerra

Tre soli brani per il debutto dei tre Chora, nati nel 2016 a Firenze per dar voce a un disagio che nelle loro mani si trasforma in un postcore mutante dal profondo impatto e ricco di pulsioni ritmiche, capace di arrembare furioso o di espandersi fin quasi a sfaldarsi. La scelta di utilizzare due voci ricorda a tratti alcuni gruppi neo-crust, ma è un mero appunto a latere, visto che in realtà l’unico riferimento palese sono i Breach, mentre tutto il resto è frutto della furia e della disperazione della band, rivomitate sull’ascoltatore senza mai cedere alla tentazione di smussare o abbellire qualcosa con artifici formali. Il tutto è affidato alle cure di Alex Rossi (Carlos Dunga, Delorean, Dragnet, qui anche co-produttore) e sa di crudo e ruvido, di impellente e necessario, per una sorta di liberazione catartica che coinvolge anche le voci e il loro essere spesso sul punto di spezzarsi, di cedere al dolore, perché i testi tanto brevi e apparentemente ermetici sono in realtà portatori di significati importanti e di richiami feroci. Sembra, appunto, che il tutto sia talmente tirato e teso da poter implodere a ogni cambio di ritmo, a ogni battuta, eppure la locomotiva (ogni riferimento alla famosa canzone è puramente voluto) arriva fino in fondo al suo viaggio, pronta a far esplodere la sua bomba contro l’ingiustizia. Probabilmente, il momento perfetto per far uscire un debutto come questo.